Di tutto, un pò!

METODO DI STUDIO – Non sempre i ragazzi riescono ad individuare qual è il metodo che gli consente di studiare e di mantenere ciò che ha acquisito nel tempo. Spesso ci troviamo di fronte a ragazzi che imparano le lezioni a memoria o che studiano senza capire il contenuto del testo, che passano ore e ore sui libri ma si portano a casa ben poco da interrogazioni e verifiche. In questo caso è necessario andare a capire come viene strutturato il momento dello studio, dedicando il giusto tempo non solo a ripetere ciò che è riportato ma, osservando con cura tutto ciò che le pagine dei libri rappresentano, analizzando i titoli e le immagini oltre che il contenuto del testo, individuando le parole sconosciute ed evidenziando quelle che racchiudono il significato del testo. Tutto questo per arrivare a costruire una propria rappresentazione mentale, che si sgancia dalla ripetizione mnemonica del libro e consente di creare collegamenti e mantenere i concetti nel tempo. Ognuno di noi ha una modalità diversa e come tale, deve essere individuata per ottenere i giusti risultati evitando così, uno stato di frustrazione o di perdita di motivazione verso lo studio.

L’empatia è un elemento molto importante in una relazione di coppia, perché può portarti a migliorare la tua capacità di ascolto, rendere più efficace la comunicazione e creare un legame più profondo. Impara ad alimentare e ad allenare l’empatia all’interno del tuo rapporto in modo da rafforzarlo. Come? 1. Mettiti seduto di fronte al tuo partner, con le ginocchia che si toccano, guardalo negli occhi e ascolta attivamente le sue parole. Presta attenzione al modo in cui esprime quello che pensa e cerca di immedesimarti nella sua situazione. 2. Riformula il discorso del tuo partner sottolineando cosa hai capito di come si è sentito. In questo modo, riuscirai a capire il suo punto di vista e ad empatizzare con il suo stato d’animo. 3. Quando parli col tuo partner e ascolti quello che dice, cerca di non giudicarlo, piuttosto cerca di capire che cosa sta dicendo o scoprire perché si è comportato in un certo modo. Il tuo obiettivo non è stabilire se ha torto o ragione. Devi solo cercare di vedere la situazione dalla sua prospettiva e provare a comprenderlo.

Parliamo di Dipendenza Affettiva quando con il passare del tempo tutto comincia a ruotare esclusivamente intorno al partner che diventa il fulcro dell’esistenza. Progressivamente si abbandonano i propri interessi e progetti. Anche il rendimento lavorativo diminuisce perché la persona ha la mente costantemente occupata dai suoi problemi sentimentali e trascorre molto tempo a rimuginare per cercare di risolverli. In questo modo, però, aumenta sempre più un senso di vuoto, quindi il bisogno dell’altro.  Si genera, così, un’inevitabile circolo vizioso che rafforza la dipendenza affettiva. Chi soffre di Dipendenza Affettiva si sente inadeguato e non degno di amore e vive costantemente con il terrore di essere abbandonato dal partner. La paura dell’abbandono induce al tentativo di controllare l’altro con comportamenti compiacenti di estrema sacrificalità, disponibilità e accudimento, con la speranza di rendere la relazione stabile e duratura. Può essere che le persone con Dipendenza Affettiva siano consapevoli degli effetti devastanti che il partner ha nella loro vita, ma esattamente come i dipendenti dalla sostanza, non riescono ad astenersi dalla relazione che diventa, appunto, patologica.

È importante imparare a riconoscersi i propri successi, assumere un ruolo attivo nella propria vita e pensare di poter agire un cambiamento quando la situazione ci crea un disagio. Ma perché facciamo così fatica a farlo? Prevalentemente l’incapacità di riconoscersi quello che facciamo di bene deriva dal fatto che nessuno l’ha mai fatto con noi. E quindi? Bisogna allenarsi e imparare a farlo, passo dopo passo, osservando le nostre azioni, appuntando ciò che è risultato funzionale, riconoscerselo e pensare di poterlo mettere in atto nuovamente. Insomma dobbiamo imparare a darci una pacca sulla spalla e a dirci che siamo stati bravi. Questo favorirà l’aumento della nostra autostima e sicurezza personale.

Il primo passo è quello di riconoscere ed accogliere il proprio vissuto per quel che è stato. Ma accoglierlo significa accettarlo come qualcosa che non può essere cambiato. Cercare di arrovellarsi, combatterlo, esserne ossessionati condiziona negativamente quello che viviamo nel presente e impedisce di cogliere pienamente le nostre risorse e potenzialità.
Il rischio è che i ricordi dolorosi finiscano per compromettere inconsciamente i nostri comportamenti e le scelte che compiamo.
Decidere di affrontare tutto questo con il supporto di un professionista è un atto di coraggio. La terapia permette di elaborare i vissuti traumatici in modo da diventare progressivamente meno intrusivi e disturbanti per la persona. Tutto questo permetterà di guardare quei ricordi con distanza e di affrontare il presente con maggior serenità.

Insegnanti, educatrici e voi siete pronti? Sono moltissime le domande che in questi ultimi giorni investono tutti coloro che avranno a che fare con servizi educativi e di istruzione. Molte le linee guida del MIUR da rispettare e da adattare alle direttive della nostra regione/provincia e paese. Le insegnanti si sono trovate, a differenza degli scorsi anni, ad avere a che fare non solo con la progettazione didattica ed educativa ma a gestire aspetti di carattere più organizzativo per rispettare e consentire la sicurezza sanitaria di bambini, adulti e famiglie. Non è un compito facile, ma è anche questo un atto educativo di insegnamento – il rispetto delle regole. Non sarà facile rispettare le indicazioni, mantenendo gli obiettivi pedagogici e didattici, ma sicuramente l’amore che un’insegnante/educatrice pone nel proprio lavoro consentirà di scalare questa montagna. PORTIAMO AVANTI LA PEDAGOGIA E LA DIDATTICA IN SICUREZZA.

Con il termine “Self-disclosure”, ossia auto-rivelazione, si fa riferimento a situazioni in cui, nell’instaurarsi della relazione terapeutica, vengono rivelate informazioni personali da parte del terapeuta al proprio paziente. L’uso del Sè può essere un potente strumento terapeutico, a condizione che venga utilizzato con attenzione in un modo che non sposti il focus terapeutico dal continuare a promuovere il benessere del paziente. Tale svelamento ha lo scopo di normalizzare la figura del terapeuta, il vissuto e la storia del paziente e di conseguenza rinforzare la relazione terapeutica.

Pronti per ripartire? Settembre è il mese della ripresa e il 14 settembre sarà il giorno in cui i bambini inizieranno la scuola. Ci sono ancora molte incertezze su come le nostre scuole riprenderanno, sta di fatto che sarà un anno scolastico particolare che metterà studenti e insegnati nuovamente alla prova. Cosa cambierà per i nostri bambini e ragazzi? La prima cosa che dovranno affrontare è la ripresa di una routine con nuovi orari e nuovi regolamenti da rispettare e per alcuni sarà obbligatorio l’utilizzo della mascherina. Tanti cambiamenti e poche certezze, due parole che ai bambini non piacciono. Davanti a loro non alimentiamo le incertezze e fungiamo da supporto rispondendo alle loro domande in maniera sincera. Per il resto non ci resta che attendere e cercare di far vivere la scuola ai nostri bambini serenamente.

Il fatto di ricordare o meno un determinato evento e l’accuratezza con cui lo ricordiamo dipendono da quanto quello specifico evento sia stato significativo per noi e da quanto ci siamo sentiti coinvolti emotivamente da esso, in quel preciso momento. La maggior parte dell’esperienza quotidiana finisce immediatamente nell’oblio. La mente lavora secondo schemi e mappe e gli accadimenti che si situano al di fuori di schemi stabiliti catturano con più probabilità la nostra attenzione. Ricordiamo meglio insulti e ingiurie: l’adrenalina che secerniamo per difenderci da potenziali minacce ci aiuta a incidere quegli eventi nella nostra mente. Se ci accade di assistere a qualcosa di terrificante, conserveremo una memoria più vivida ed accurata dell’evento. Più adrenalina si produce più accurata sarà la nostra memoria. Può capitare però, a volte, che di fronte ad uno shock significativo il nostro sistema di memoria si sovraccarichi e collassi, rimuovendo apparentemente l’evento.

Com’è andata oggi? Bene. Questa è la classica risposta che i genitori ricevono a questa domanda che può risultare semplice ma la risposta sembra essere molto faticosa per i ragazzi. Perché fanno così? Perché non ci raccontano nulla? Per provare a rispondere a queste domande partiamo chiediamoci: che esempio diamo ai nostri figli? Cosa facciamo quando regna il silenzio? Guardiamo la TV, ascoltiamo la musica, guardiamo il telefono…? La prima cosa da capire è quanto raccontiamo ai nostri figli di noi, della nostra giornata e delle nostre emozioni, solo così loro potranno conoscere che oltre alla TV ai social o al silenzio si può condividere. Poniamo domande dirette così da portarli a dare una risposta che si svincoli dal si/no o bene/male, cercando quindi di avere una conversazione sempre più ampia.

Ci piace pensare alla terapia come un’ancora di salvezza e allo stesso tempo un duro allenamento. Nel momento in cui ci si rende conto che le nostre reazioni sono state innescate da un meccanismo di sopravvivenza di fronte ad un disagio o ad un trauma, si può trovare il coraggio di affrontare il proprio malessere, ma, per farlo, si avrà bisogno di aiuto. È necessario trovare qualcuno di cui ci si fidi abbastanza da farci accompagnare, qualcuno che possa abbracciare in sicurezza i nostri vissuti e aiutarci ad ascoltare i messaggi dolorosi del nostro cervello emotivo. È necessaria una guida, che non abbia paura del nostro terrore e che possa contenere la rabbia più feroce, qualcuno che possa salvaguardare il nostro io, mentre noi esploriamo le esperienze frammentate che, per lungo tempo, abbiamo tenuto nascoste, persino a noi stessi.

In quest’epoca di vite intense, piene di lavoro, relazioni, cellulari e social media, diventa sempre più difficile ascoltare noi stessi e le nostre priorità. Nell’arco della giornata accadono molte cose che suscitano in noi emozioni e sensazioni, ma spesso ci viene più semplice far finta di niente. Quante volte capita di chiedere a noi stessi “come sto oggi? Come mi sento? Di cosa ho bisogno?”.
Spesso facciamo cose “controvoglia”, mettiamo gli altri invece che noi stessi al primo posto, diamo poca importanza alle nostre esigenze e trascuriamo noi stessi.

Quindi come prendersi cura di noi stessi?

1. Dedicati il giusto tempo
2. Coccolati quando ne senti il bisogno
3. Nutri il tuo copro e la tua anima come faresti con la persona a te più cara
4. Dai il giusto spazio ed attenzione alle tue emozioni
5. Ogni tanto fatti un regalo, una sorpresa
6. Chiediti se ciò che stai facendo è ciò che veramente vuoi
7. Impara a stare in compagnia di te stesso
8. Ascoltati più che puoi ed impara a chiederti “come mi sento oggi?”
9. Accettati, apprezzati ed amati così come sei
10. Ricorda che non possiamo amare niente e nessuno se non amiamo autenticamente prima noi stessi.

La relazione oltre la famiglia si basa sul creare e riuscire a stare in relazione con gli altri. I rapporti umani però non si basano sulla razionalità ma sulle emozioni e, in ogni fase della nostra vita, stabilire dei rapporti ha un significato differente: per i bambini significa reciprocità, scambio e partecipazione ai giochi, per i preadolescenti e adolescenti la relazione si fonda sul bisogno di confidenza e intimità. Una buona relazione da adulti è quindi il frutto di un patrimonio che abbiamo costruito da bambini e che ci portiamo dentro. L’educazione, l’ambiente, l’adulto e la riflessione personale consentono la costruzione di una sicurezza interiore e una serenità che portano a saper socializzare in un clima di reciproco scambio e fiducia.

Come, tra milioni di persone, ci scegliamo? Accade che in un preciso momento quelle due parti, così imperfette, si incastrino perfettamente l’uno con l’altra. L’incastro di coppia è reso tale da paure e bisogni, che reciprocamente si vanno a soddisfare; senza l’altro non potremmo affrontare le nostre paure nè soddisfare i nostri bisogni. L’uno sceglie l’altro per le caratteristiche che possiede, le quali permettono a lui di completare quella parte di sè che altrimenti da solo non riuscirebbe a colmare. Da qui nasce un patto tra i due, un non detto reciproco che sarà il fondamento del loro percorso insieme. Un patto implicito senza il quale la coppia non avrebbe più ragione d’essere. La vita, però, ci mette davanti ad esperienze, situazioni, difficoltà tali per cui, nel corso del tempo, i bisogni della coppia possono cambiare e quando succede, l’incastro viene meno, oppure si trasforma. La coppia dovrà affrontare questa fase di squilibrio, che debilita certo, ma che sarà necessaria, per poter trovare un nuovo equilibrio, un nuovo incastro ed affinché la crisi possa diventare un’occasione di crescita per la coppia stessa.

Spesso quando I bambini combinano qualche guaio si ricorre alla frase: vedrai quando arriva il papà oppue la mamma! Queste frasi fanno assumere il ruolo del cattivo al genitore che non è presente, scaricando la responsabilità del rimprovero. In questi casi è giusto che il genitore presente intervenga quando il fatto è accaduto, consentendo ai bambini di capire e imparare. È bene che quanto successo venga riportato al rientro dell’altro genitore così da far emergere, agli occhi dei propri figli, che non c’è un genitore buono e uno cattivo ma due genitori che si assumono le responsabilità educative evitando di scaricare la responsabilità solo su uno. È importante che i genitori facciano squadra e costruiscano una buona alleanza educativa agli occhi dei figli.

Il tradimento è come un tornado che investe la coppia, distrugge e spezza molti aspetti del legame tra le due persone coinvolte. L’impatto negativo maggiore è rappresentato dall’inganno stesso. La fiducia si disintegra, scompare il sentimento d’unione e cambia l’immagine che si ha del partner. Superare un tradimento dipende dai valori personali dei membri di una coppia. 
Dovete essere sinceri con voi stessi e decidere se volete davvero perdonare un tradimento e continuare a stare con quella persona. 
Se avete intenzione di rimanere con il vostro partner, è necessario concentrarsi sulla ricostruzione di un rapporto di fiducia. Concedetevi la possibilità di raccogliere i pezzi e ricostruire la relazione, riconoscere i propri sbagli e farne un’opportunità di crescita. Se non siete in grado di perdonare, portate rancore e cercate costantemente di “rimproverare” il partner per quanto accaduto, allora sarebbe meglio decidere di prendere due strade diverse. Un tradimento, così come tutti gli eventi di vita negativi, non possono essere cancellati ma incasellati nel passato e in futuro essere visti come esperienze che ci hanno insegnato qualcosa. Di fatti una conseguenza del tradimento può essere quella di riversare ansie, dubbi e preoccupazioni sui futuri partner. Provate a esprimere e a condividere con loro le preoccupazioni e le paure, e, prendendo consapevolezza del fatto che si tratta solo di “fantasmi del passato”, concedi la giusta fiducia che merita il nuovo compagno.

Parlare con gli adolescenti non sempre risulta facile. Molto spesso ci scontriamo con la loro chiusura e il loro distacco. Esiste uno strumento che può aiutarci, con alcuni di loro, ad entrare nel loro mondo e a capire ciò che provano e sentono. LA MUSICA, per molti ragazzi è un supporto, un confronto e sta a noi adulti capire che può essere un ottimo strumento per entrare in empatia con loro. La musica può consentirci di riprendere quel dialogo che spesso diminuisce con l’adolescenza, consentendoci di comunicare messaggi, di capire e comprendere le emozioni che in quel momento il ragazzo sta provando.

Oggi come non mai, la tecnologia è stata in grado di offrirci nuove prospettive, consentendoci di portare avanti lavoro, scuola e relazioni rimanendo chiusi nelle nostre case. Per i bambini l’uso del computer o del tablet è diventato non più solo un’occasione per giocare, divertirsi e passare del tempo ma anche un modo per portare avanti e accrescere i loro apprendimenti, che rischiavano di essere interrotti. In questo caso la tecnologia si è mostrata agli occhi dei genitori non più come un semplice ricettore passivo di conoscenza, ma uno strumento positivo che supporta e accresce il pensiero creativo. È fondamentale sfruttare la possibilità che la situazione attuale ci sta fornendo per ridefinire quelle che sono le buone prassi da seguire nel mondo digitale, riproponendo un uso consapevole dei dispositivi tecnologici, rieducando alla gestione della qualità del tempo di fronte allo schermo e proponendo attività e giochi utili alla crescita creativa e culturale. Non serve imporre o vietare, serve educare e responsabilizzare.

Ognuno di noi ha creato, sulla base delle proprie esperienze, una propria immagine corporea. Come appare il nostro corpo ai nostri occhi? La rappresentazione che creiamo nella nostra mente ci provoca delle sensazioni ed emozioni, e si modifica nel tempo in base a quelli che sono i nostri vissuti. Ogni bambino inizia a percepire il proprio corpo attraverso le contrazioni dei muscoli e le sensazioni che prova, identificando il suo schema corporeo come un insieme di parti in rapporto tra loro, inserite in un ambiente e in relazione con altri oggetti. La percezione di sé, degli altri e dello spazio è in funzione della propria persona ed è importante che ogni bambino conosca il proprio corpo e la possibilità che il proprio agire possa modificare ciò che lo circonda in quanto, la consapevolezza della propria immagine corporea favorisce lo sviluppo della personalità, autostima e autoefficacia.

Il mondo delle dipendenze è molto vasto e può capitare che si insinui anche all’interno delle mura domestiche. Si va dalle dipendenze legate all’alcol o a sostanze a quelle relative alle relazioni oppure a oggetti o attività (lavoro, gioco d’azzardo, cibo, internet, shopping). In genere, tutte hanno l’obiettivo di sfuggire a stati di depressione o di ansia e di ritrovare un equilibrio interiore che allontanino la sofferenza e il sentimento di vuoto che può pervadere una persona. Cosa può fare un familiare per aiutare la persona che soffre? Innanzitutto, è bene evitare i giudizi, di colpevolizzare e di controllare ossessivamente i comportamenti dell’altro. È importante cercare di spostare l’accento sui rischi a cui la persona si espone sul piano lavorativo, delle relazioni, economico e della salute. È bene evidenziare gli aspetti positivi che caratterizzano la persona quando si trova nelle fasi di astinenza e che vengono invece compromessi dalle condotte d’abuso. Bisogna, quindi, offrire il proprio ascolto e supporto e proporre un aiuto anche rivolgendosi a figure professionali adeguate.

Il corpo si esprime quotidianamente, in ogni istante ma spesso siamo distratti, presi dalla frenesia e dalle responsabilità della vita quotidiana e poco abituati ad ascoltarlo. Cosa vuol dire ascoltare il corpo? Significa riuscire a cogliere i messaggi di piacere, rilassamento, dolore o fastidio. L’altro grande ed importante dono che il corpo ci fa è quello di far uscire le emozioni represse e bloccate dentro di noi che rischiano di creare dei veri e propri danni alla nostra salute. Quindi ciò che va male nel corpo si riflette sulla mente e ciò che va male nella mente si riflette sul corpo.
Il corpo ci manda segnali per richiamare l’attenzione sulle necessità non soddisfatte. Quindi è importante fermarsi un attimo e riconoscere il momento in cui il corpo ci parla. Per decifrare il messaggio dei sintomi, dobbiamo farci due domande: “Qual è la sua origine?” e “Qual è il suo scopo?”. Questo perché niente accade per caso. Tutto succede per un motivo. RICORDA: il corpo grida quello che la bocca tace.

Immaginiamo due squadre che si stanno sfidando al tiro alla fune. Da una parte abbiamo gli adolescenti impulsivi e pronti a sfidare i genitori e a far valere i loro pensieri, dall’altra parte abbiamo i genitori che devono capire quale supporto dare ai propri figli e quali strategie mettere in atto per affrontare questa partita evitando di renderla disfunzionale. La prima modalità di gioco di un genitore può essere quella di tirare forte la corda senza lasciare spazio; il rischio è di rompere la fune e portare ad una chiusura dei propri figli che potranno manifestare risentimento e rabbia, oppure alla perdita di fiducia verso il genitore rinunciando così a tirare la fune e rimandando l’atto di ribellione ad un’altra fase della loro vita. La seconda strategia dell’adulto è calibrare bene la sua forza lasciando un po’ di terreno, consentendo ai figli di avere un po’ di potere ma allo stesso tempo mantenendo una cornice di regole.

A volte, la tendenza ad anticipare fatti ed emozioni propri di un’altra fase di vita, può diventare disfunzionale per i bambini. Ed è proprio in questo che consiste L’ADULTIZZAZIONE: questa accelerazione, infatti, li porta ad entrare troppo velocemente nel mondo degli adulti, senza esserne ancora pronti. Una particolare attenzione va rivolta soprattutto agli adolescenti, spesso orientati ad assumere atteggiamenti non idonei alla loro età, con il rischio di bruciare le tappe della loro crescita e provocare in loro insicurezza e fragilità. È inoltre importante tenere a mente che, quando i nostri figli ci vedono particolarmente sofferenti e incapaci di reagire a determinate situazioni, la loro tendenza potrebbe essere proprio quella di accudirci e sostenerci. Se questa dinamica può apparentemente sembrare un grande gesto d’amore, in realtà, se cronicizzata, può portare ad un’inversione dei ruoli e ad un carico di responsabilità troppo grande da sopportare. RICORDA: rispettare la fasi di crescita dei nostri figli è una NECESSITÀ.

Una delle prime domande che un genitore si pone quando sente pronunciare la prima PAROLACCIA dal proprio bambino è: “come mi devo comportare?”.
Il bambino è attratto dalle parolacce perché sono parole nuove e proibite che suscitano una reazione nell’adulto e le usa quando vuole attirare l’attenzione, trasgredire le regole, sentirsi grande o perché ha sentito che si possono pronunciare quando si è arrabbiati. 
La prima cosa da fare è riflettere se il bambino può aver sentito quelle parole da noi. In tal caso non possiamo riprenderli ma possiamo dirgli che queste parole non si dicono, ammettendo anche noi il nostro sbaglio nell’averle pronunciate. In altri casi, possiamo chiedergli se conosce il significato della parola e spiegargliene il senso, sottolineando che alcune parole possono offendere gli altri e non devono essere dette oppure, ignorare il comportamento. Quando l’uso delle parolacce è per richiamare l’attenzione è bene che l’adulto individui quali sono i reali bisogni del bambino, cercando di soddisfarli.

Intorno ai 2/3 anni i bambini avviano la fase dei perché. Il bambino vede l’adulto come riferimento per rispondere agli stimoli nuovi che incontra o alle incomprensioni che si trova ad affrontare; dai 6 anni le sue curiosità vengono invece soddisfatte dall’acquisizione della lettura e della scrittura. Quindi come affrontare questi perché? L’ adulto deve rispondere in modo semplice e vero, aiutando il bambino al ragionamento, così da permettergli di iniziare a costruire una propria opinione. E quando i perché si susseguono senza fine? In questo caso l’obiettivo del bambino cambia… non è più la risposta ma l’attenzione dell’adulto. 
Quindi è bene dare un limite e tentare di interrompere la lunga catena dei perché. Si può provare a distrarre il bambino proponendogli altre attività oppure ribaltare la situazione chiedendo a lui perché o che cosa sta succedendo. Se il bambino è un po’ più grande spiegare che c’è un tempo per i suoi perché. Per affrontare questa fase ci vuole pazienza, ascolto e consapevolezza che questo momento passerà.

Durante la vita tutti affrontiamo perdite, lutti, delusioni e sconfitte, ma ciascuno di noi ha delle reazioni diverse di fronte alle varie situazioni. Perché accade questo? Partiamo da un esempio semplice. Avendo a che fare con bambini e con gli adolescenti spesso osserviamo come questi costruiscano visioni distorte della realtà ed è perfettamente giusto che sia così. Sta a noi cercare di «normalizzare» la loro visione delle cose, rassicurandoli.
Cosa facciamo, in pratica? Li aiutiamo a ri-leggere la realtà affinché prendano una misura più esatta di ciò che vedono. 
Prendere la misura delle cose significa dunque sforzarsi di mettere in discussione la propria visione. Ma prima di metterla in discussione, occorre conoscerla. Dovremo quindi cercare di capire qual è il «paio di lenti» che più spesso indossiamo per interpretare ciò che ci accade?Provando ad indossarne di nuovi (per esempio imparando da persone diverse da noi), sapremo distanziarci dai nostri schemi abituali rileggendo la realtà da punti di vista diversi.